Le grotte preistoriche

Lungo la costa esiste una serie di ripari e di parti terminali di grotte a livelli diversi da cui si evince che l'ultimo sprofondamento della costa ebbe luogo in tempi recenti, geologicamente parlando, e cioè intorno a 8500 anni fa (6500 a. C.). Così si vedono stalattiti e stalagmiti ormai esposte alla luce e pertanto di irreversibile disfacimento.

Nell'ottobre del 1955 furono eseguite numerose esplorazioni per la individuazione di stazioni preistoriche, sia in superficie che in alcune grotte. Antonio M. Radmilli (Università di Pisa ) con il suo staff avrebbe poi condotto gli scavi nelle grotte che risultarono fortemente indiziate: la grotta La Porta nel 1956-57, la grotta del Mezzogiorno nel 1967-68, la grotta Erica nel 1968-69.

Già nell'indagine preliminare del 1955 erano stati rilevati interessanti elementi, oltre a quelli che portarono poi allo scavo delle suddette grotte.

Verso l'altopiano tra Santa Maria del Castello ed Agerola fu acquisita la notizia del rinvenimento, anni prima, di un vaso contenente ossa, ma dalla descrizione del contadino non si potette accertare se si trattava di un reperto preistorico o di epoca romana. Sulla spiaggia di Laurito, in frazione San Pietro, non fu possibile effettuare un saggio di scavo in un ampia caverna che si apre a circa 50m. sul livello del mare per la presenza sul fondo di massi enormi crollati dalla stessa volta e il pericolo di ulteriori frane. Si controllarono anche due grotte a nord di Torre Clavel, originate dalla frattura della massa rocciosa (fenomeno della diaclasi ): il loro fondo era coperto da sabbia e ciottoli marini, come in altre tre grotte poco profonde, strette e basse, che si aprono sulla prima spiaggia a nord di Punta Germano. Ugualmente prive di resti preistorici risultarono, in montagna, la grotta di Capriglione, in frazione San Pietro nel Bosco di Capriglione, vasta grotta formata da un vestibolo e sala da cui si dirama un'altra sala che si rastrema in un cunicolo alto e stretto, la Grotta del Cretale un grande riparo sotto roccia nel quale si aprono piccole cavità dal fondo roccioso e altri ripari sotto roccia tra la Valle del torrente Arienzo e la scala che conduce a Nocelle.

Nella Grotta di Vigna Pendente, sulla parete rocciosa a circa 100m. a picco sul mare, dal difficile accesso, di ampie dimensioni con numerosi cunicoli in parte impraticabili perché coperti da stalagmiti, nonostante le visibili tracce di scavi clandestini condotti alla ricerca del solito tesoro, si poté escludere che vi fosse stata una stazione preistorica, ma al tempo stesso si rilevarono resti ossei relativi ad animali scomparsi poi dalla zona, una associazione faunistica con Capra ibex e Cervus elaphus che si sarebbe poi ritrovata nella Grotta La Porta.

Quando questi animali frequentavano la grotta l'accesso doveva essere decisamente più agevole perché l'attuale scarpata molto ripida (falesia) sulla quale si apre la grotta, dovuta all'intensa e continua azione erosiva del mare sulla costa rocciosa, è di origine recente.

Un altro riparo sotto la roccia, a 500m. circa dalla Grotta Vigna Pendente, sulla strada da Positano a Sorrento, si presentò come probabile parte terminale di un ampia caverna, distrutta durante i lavori per la costruzione della suddetta strada. Sul fondo il riempimento presentava in un punto, lo spessore di circa un metro e conteneva, nella parte superiore, resti di una ceramica fra cui uno in impasto grossolano pertinente ad un vaso di cui non si poté ricavare la forma.

Le stratigrafie delle tre importanti grotte dove si condusse lo scavo, la Grotta La Porta, la Grotta del Mezzogiorno o delle Soppressate e la Grotta Erica, presentano forti analogie: gli scavi hanno restituito un gran numero di molluschi terrestri e marini e il resto della fauna è rappresentato da resti di mammiferi, uccelli, anfibi e pesci. Le genti che frequentavano le grotte avevano un economia basata prevalentemente sulla raccolta di molluschi, mentre la caccia agli uccelli come ai mammiferi era piuttosto marginale. I molluschi marini prevalgono rispetto ai terrestri negli strati più recenti perché, evidentemente, il livello del mare dovette innalzarsi e le grotte si vennero a trovare in prossimità del mare, favorendo così la raccolta di quelli marini. Il prevalere fra questi molluschi da spiaggia e da laguna su quelli da scogliera fa pensare a coste basse e lagunari, prima dei successivi assestamenti geologici.

Tra i mammiferi presenti i resti più cospicui sono rappresentati da ossa di cinghiale e di stambecco, poi di cervo, capriolo e altri: ciò dimostra che nel periodo in cui le grotte furono abitate le pendici dei Monti Lattari si andavano coprendo di vegetazione e gli animali di macchia o di foresta vi trovavano un ambiente di vita particolarmente favorevole, mentre sulle loro vette gli stambecchi continuavano ad essere rappresentati, seppur in misura minore. I cinghiali in aumento e gli stambecchi in diminuzione sono infatti segni che qui, intorno a8500 anni fa, il manto forestale si andava progressivamente infoltendo e il clima evolveva in senso caldo e oceanico. Nella penisola sorrentina, come sul Circeo, i gruppi umani continuarono ad esercitare la raccolta dei molluschi anche quando grossi mammiferi tornarono a popolare i monti: l'esperienza del Mesolitico, inizialmente imposta dal cambiamento climatico ed ambientale, aveva ormai profondamente contrassegnato il sistema di vita di queste popolazioni costiere. La costituì un attività marginale pur verificandosi condizioni favorevoli alla sua ripresa; anche se non cessò mai completamente, assunse un ruolo sempre minore rispetto alla raccolta dei molluschi, la quale vantava ormai una così lunga e radicata tradizione da aver determinato un diverso orientamento nel sistema di vita economico e culturale.

Gli strumenti in pietra che i frequentatori di queste grotte usavano nel quotidiano, la cosiddetta industria litica conservata presso il Museo L. Pigorini a Roma, illustra bene il cambiamento di abitudini alimentari cui si è accennato: l'economia basata sulla caccia vede uomini costretti ad allontanarsi dalla grotta e dunque una tendenza al nomadismo, contrariamente alla raccolta dei molluschi che si fondo su un modo di vita decisamente sedentario. Le popolazioni più antiche dedite alla caccia trovavano, la materia prima per fabbricare gli strumenti su un'area molto più vasta, grazie a continui spostamenti; le popolazioni dedite alla raccolta utilizzavano raschiatoi, grattatoi, bulini, lame, punte ottenute da ciottoli marini, selci e diaspri rinvenibili nel ristretto raggio di azione attorno alle grotte. Questi ultimi strumenti si presentano dunque piccoli per l'uso cui erano deputati e per le ridotte dimensioni della materia prima. Taluni sono stati interpretati come scalpelli per patelle, mentre delle lame a margine ricurvo ricordano morfologicamente coltelli da chiocciolaio. Non mancano punte e punteruoli ossei.

La Grotta detta "La Porta", all'ingresso di Positano venendo da Amalfi, in corrispondenza della piccola insenatura marina detta appunto "La Porta", fu segnalata al Radmilli dall'allora sindaco di Positano Paolo Sersale e il suo scavo rappresentò l'inizio della conoscenza del Mesolitico in Italia. A 120 mt. sul livello del mare e a 10m. sulla strada statale, era un tempo una caverna molto ampia di cui restava la parte terminale e due nicchie.

Presentava appunto il crollo della parte anteriore della cavità, come d'altronde l'altra grotta detta del Mezzogiorno o delle Soppressate. Al tempo dello scavo era visibile l'estensione dell'originaria grotta con l'ampio deposito preistorico sulla parete destra e , sulla sinistra, un notevole accumulo di materiali detritici a forma di cono (conoide), nella parte centrale distrutto da una frana che aveva causato anche il crollo della caverna.

Il livello più antico appartiene alla fine del Paleolitico Superiore, alla cosiddetta facies romanelliana, e in quest'ambito si inserisce un ciottolo con testa di animale incisa (cavallo?), espressione delle manifestazioni artistiche del Paleolitico finale che trova stilisticamente confronti in altri ciottoli, con raffigurazioni eseguite sommariamente, di altre grotte coeve, particolarmente in Puglia.

L' animale inciso era quello che si intendeva cacciare e la pietra sulla quale veniva rappresentata era probabilmente utilizzata, secondo la Livadie, in riti di propiziazione prima della battuta di caccia.

Il resto della documentazione si riferisce al Mesolitico, con una economia basata quasi esclusivamente sulla raccolta dei molluschi, come si accennava sopra.

Situazioni economiche pressoché uguali presentano le altre due grotte preistoriche di Positano.

Nella Grotta del Mezzogiorno o delle Soppresate, dopo lo scoglio del Germano, a 80m. sul livello del mare, presso la parete si ritrovarono anche pochi resti di scheletri umani, purtroppo in pessimo stato di conservazione.

La Grotta Erica in località Colli di San Pietro, immediatamente vicino villa Rocca Fiorita a 10m. sul livello del mare, è una stretta cavità dove del riempimento originario è restato solo un lembo che rivela ugualmente una successione di livelli a molluschi. La stalagmite sospesa a circa un metro dall'attuale superficie trova confronto in quella che chiudeva il deposito della Grotta La Porta e nell'altra che conglobava la ceramica nella Grotta delle Soppressate; ulteriore elemento che accomuna le tre grotte.

Sarebbe auspicabile una ripresa delle esplorazioni sia per rendere percorribili i sentieri che conducono alle grotte che, soprattutto, per tentare con le attuali più raffinate metodologie tecnologiche lo scavo di quei ripari che la difficile situazione di un tempo sconsigliò.

Penso anche alla Grotta Mirabella in località S.Croce, nel rione Liparlati,chiamata poi Grotta Monaco-Spera, esplorata vari anni fa dalla sezione Campania del Club Alpino Italiano. La cavità, che si articola in numerose caverne, utilizzata come riparo, restituì materiale ceramico probabilmente databile nell'Eta del Ferro: frammenti di ceramica d'impasto boccaletto sferoidale con bugnette sotto l'orlo, conservati presso la sede del CAI di Napoli. Dei resti di pasto si individuarono cervus elaphus e sus scrofa (Albore Livadie 1990). Una indagine archeologica potrebbe chiarire le eventuali connessioni con le altre grotte sotto il profilo cronologico, considerando che con lo scavo delle grotte di Positano Radmilli diede inzio allo studio del Mesolitico sul territorio nazionale.